Civita

Civita

Cose da fare - generale

Civita (Çifti in arbëresh) è un comune italiano di 918 abitanti della provincia di Cosenza in Calabria.

A 450 m s.l.m., all’interno della riserva naturale Gole del Raganello e nel cuore del Parco nazionale del Pollino, è tra le storiche comunità albanesi d’Italia (arbëreshët), non lontana dalle sorelle Ejanina e Frascineto.

La vallata in cui sorge è circondata da montagne boscose, dove arrivano i riflessi azzurri del mare Ionio, che s’intravede all’orizzonte. Detta “il paese tra le rocce”, così definita per le immense montagne verdi che circondano la sua vallata, o Il paese del Ponte del Diavolo, per via del suo antico e caratteristico ponte medievale in pietra, i suoi paesaggi sono tra i più particolari della Calabria, che ricordano i panorami d’origine degli albanesi qui insediatosi nel XV secolo per fuggire dalle persecuzioni turche. Essa custodisce ancora oggi l’identità e le antiche tradizioni del popolo albanese, come la lingua, il rito religioso e i costumi tradizionali.

Fa parte de I borghi più belli d’Italia e della Bandiera Arancione.

Territorio
Posto prevalentemente in zona collinare, si trova nel Nord-Est della Calabria, affacciato sul mar Ionio. Situato in un altopiano a strapiombo, sulle strettissime gole del fiume Raganello, è la porta di accesso privilegiata al Parco nazionale del Pollino per i visitatori provenienti da Puglia, Calabria e Sicilia.

 

Origini del nome
Non è chiaro se il nome del paese derivi da çifti, che in lingua albanese significa “coppia” (in riferimento ai due rioni di Sant’Antonio e Magazeno), da qifti, “aquila”, o dal latino civitas. In base alla morfologia del luogo, il nome giusto sarebbe “nido d’aquila”, perché il borgo, nascosto dalle rocce alla vista dei predoni saraceni e successivamente turchi, è un vertiginoso belvedere, una visione d’aquila sul mare Ionio.

 

Storia
Giorgio Castriota, detto Scanderbeg (monumento a Civita)
Civita venne fondata tra il 1467 e il 1471 da gruppi di famiglie albanesi in fuga dai turchi sulle rovine di un abitato preesistente (castrum Sancti Salvatoris, l’antico sito, abitato da gente proveniente da Cassano e dalla costa ionica al tempo delle incursioni saracene, una delle 25 città della Sibaritide) distrutta a fuoco dai Saraceni di Sicilia nel 1040 ca e dal terremoto del 1456. Ciò avvenne per donazione delle rovine di “Cosa, Casale e Feudo” in proprietà perpetua, di Re Ferrante d’Aragona (figlio di Re Alfonso) al Principe Albanese Giorgio Castriota, detto Scanderbeg e suoi uomini che gli vennero in aiuto a Bari ove era in lotta contro i turchi. Il Casale e Feudo, ereditato dalla figlia di Giorgio e madamma Anna, passò poi in possesso al marito Geronimo Sanseverino, Principe di Bisignano.

Il capo degli albanesi di Civita e primo signore della città è il conte greco Giorgio Paleologo Asajn, che ottiene il “casale” in concessione dai principi Sanseverino di Bisignano. Geronimo Sanseverino, 2º Principe di Bisignano, era nato nel 1448 circa e morto nel 1487. La moglie di quest’ultimo, peraltro, era Giovannella Gaetani dell’Aquila dei Conti di Morcone. Ma nel 1487, per gli effetti negativi della fallita congiura dei Baroni contro Ferrante, Geronimo Sanseverino ed altri vennero arrestati con beni confiscati, compreso Casale e Feudo di Civita. Re Ferdinando interviene perché il «magnifico Giorgio Paleologo Asajn recuperi ciò che gli è stato tolto da certi di Cassano e di Castrovillari, che hanno depredato e tolto mercanzie agli albanesi dimoranti nel suo casale di Civita».

Nel 1539, in seguito al matrimonio di Pietro Antonio Sanseverino con Erina Castriota, pronipote di Giorgio Castriota Scanderberg, arrivano a Civita gruppi di albanesi provenienti dalla Puglia, che fanno raggiungere al borgo il numero di 276 abitanti. Nel 1572 Bernardino Sanseverino vende Civita al barone Campilongo.

Solo nel 1610 Casale e Feudo vennero venduti a privato, tale Tiberio de Urso, per 11.110 ducati, con vendita ratificata dal Viceré del Regno di Napoli, Conte di Lemos, don Pedro Fernandez de Castro, che revocò il privilegio del Regno con Decreto del 2 novembre 1613. Nel 1807, dopo l’eversione della feudalità, fu università nel governo di Cassano all’Ionio. Nel 1619 Civita passa al barone Francesco Maria d’Urso e nel 1657 il casale è integrato nel ducato dei Serra di Cassano.

Oggi a Civita, o Çifti come chiamata abitualmente, è parlata ancora correntemente la lingua albanese degli avi, infatti i suoi abitanti fanno parte della minoranza etnica e linguistica albanese d’Italia, riconosciuta e tutelata dallo stato italiano. Il comune di Civita è stato tra i primi a istituire lo Sportello Linguistico Comunale (previsto dalla Legge 482/99) per la tutela e lo sviluppo del proprio patrimonio etno-linguistico.

L’impronta orientale è evidente soprattutto nelle sue chiese, le quali appartengono alla circoscrizione della Chiesa cattolica italo-albanese dell’Eparchia di Lungro. La più importante è quella di S. Maria Assunta, dove arbëreshë celebrano, da più di mezzo millennio, le funzioni liturgiche bizantine e mantengono la suggestiva simbologia cristiano orientale con antichi gesti e canti in greco della tradizione ed in particolare in albanese, con i paramenti sacri ortodossi, le sacre icone, i mosaici e l’iconostasi.

 

Casa Kodra
Civita è uno degli insediamenti meglio conservati della Calabria interna, caratterizzato da una struttura urbanistica fatta di viuzze e slarghi che si intersecano le une negli altri. Questa struttura – presente nei tre principali rioni, Sant’Antonio (il più antico), piazza e Magazzeno – si chiama in albanese gjitonia, traducibile con vicinato. Essa ha un significato urbanistico e nello stesso tempo è il nucleo base dell’organizzazione sociale. Rappresenta infatti la porzione più piccola del tessuto urbano, costituita da una piazzetta nella quale confluiscono i vicoli, circondata da edifici: di solito una casa signorile intorno alla quale sono stati sovrapposti altri nuclei minori che occupano l’intero spazio. Qui ci si riunisce a conversare, a ricamare, ci si parla dal galti, il ballatoio davanti alla porta d’ingresso. La gjitonia è dunque una pratica sociale: come lo sheshi, lo slargo più grande che raccoglie la gente della gjitonia nel tempo libero, dove ad esempio s’improvvisano i canti corali tra donne e che in genere porta il nome della persona che vi abita.

Caratteristici di Civita sono i comignoli e le “case parlanti”. I comignoli sono quasi delle opere d’arte. Non si sa con precisione quando sia cominciata l’usanza di innalzare comignoli imponenti e dalle forme capricciose, diversi per ogni casa e secondo l’estro del mastro muratore. Il comignolo era come la firma per una nuova casa, di cui diventava il totem, con la funzione non solo di aspirare il fumo dai camini, ma anche di tenere lontano gli spiriti maligni. Sono una cinquantina i comignoli storici, costruiti probabilmente tra fine Seicento e inizio Novecento.

Passeggiando per il borgo s’incontrano inoltre alcune abitazioni dall’aspetto antropomorfo, le cosiddette “case di Kodra” o “parlanti”, una sorta di omaggio al pittore albanese naturalizzato italiano Ibrahim Kodra, di fama internazionale. Si tratta di abitazioni molto piccole, con finestrelle, canna fumaria e comignolo, la cui facciata richiama con evidenza la faccia umana.

Architetture religiose
Chiesa Madre italo-albanese di rito bizantino, iconostasi
Nel centro storico, oltre alla cappella di Sant’Antonio e a quella cinquecentesca di Santa Maria della Consolazione, è presente la parrocchia di Santa Maria Assunta, costruita in stile barocco nella seconda metà del XVI secolo. L’impianto è orientale: guarda verso il sorgere del sole e reca i simboli e le forme della teologia bizantina (l’iconostasi, l’altare quadrato, le icone e gli affreschi). Qui si celebra la liturgia bizantina in lingua albanese, perché gli albanesi stabilitisi in Italia hanno portato con se la fede della Madreterra. Interessante è un organo Settecentesco ai lati del coro, sono da vedere le cappelle della Consolazione e di Sant’Antonio, del XVI secolo. Le icone del Cristo Pantokràtor e della Vergine Odigitria sono state dipinte dall’italo-albanese Alfonso Caccese, quelle delle dodici feste dell’anno liturgico sono giunte da Atene.

 

Il Ponte del Diavolo
Civita è un centro turistico noto per le sue bellezze naturali, il Ponte del Diavolo, le Gole del Raganello, la Timpa del Demanio, e il Parco del Pollino. Sono superbe le montagne rocciose e suggestive del “canyon” del Raganello. Di interesse sono la gola del Raganello, dalla contrada Masello, la “Fagosa” e le vette del massiccio del Pollino.

Religione
La Madonna del Rosario e San Biagio sono i patroni del paese con messa celebrata secondo il rito greco-bizantino.

Tradizioni e folclore
Le Vallje sono balli tipici popolari albanesi che si svolgono il martedì dopo Pasqua, formata da uomini e donne vestiti in costume tradizionale arbëresh, che tenendosi a catena per mezzo di fazzoletti e guidati all’estremità da due giovani, si snodano ballando per le caratteristiche vie del paese, per poi arrivare nella Piazza centrale. Qui si celebrano le vittorie del condottiero Giorgio Castriota Scanderbeg, attraverso danze che evocano battaglie e canti in lingua albanese. Le ragazze di Civita e altri gruppi provenienti dai paesi Arbëresh di tutta l’Arberia calabrese indossano i vestiti di gala in seta, impreziositi con galloni e preziosi ricami d’oro.
I Kaminezit e Maj sono grandi falò che si preparano in diversi punti del paese nei primi tre giorni di maggio. Si brucia il lentisco e si intonano motti scherzosi e satirici creati al momento. Alla festa partecipano tutti i cittadini cantando e ballando intorno al fuoco, e non disdegnando del buon pane casareccio di Civita accompagnato dalla soppressata e annaffiato da dosi abbondanti di vino rosato del Pollino.
Cultura

Musei
Civita possiede diversi musei. Si può in primis visitare il “Museo Etnico Arbëreshë”, che raccoglie testimonianze di una cultura minoritaria ma viva, quella dell’etnia albanese, legata alla tradizione religiosa bizantina e al mondo contadino. Il museo presenta diverse sezioni interessanti, come quelle sulla cultura materiale con oggetti della vita quotidiana, e sul costume degli albanesi d’Italia e d’Albania, con splendidi modelli arricchiti di ornamenti in oro. Un altro è il “Museo della Filanda”, strumento azionato dall’acqua del fiume Raganello, la vecchia filanda conserva i macchinari di fabbricazione tedesca della fine dell’Ottocento e l'”Ecomuseo del Paesaggio della Valle del Raganello”, ospitato nell’antico palazzo castellano, sede dei primi signori di Civita.

Costume
Il costume tradizionale albanese di Civita rappresenta per il suo popolo il simbolo di una coscienza etnica collettiva, uno dei legami più forti con il proprio passato. Realizzato in ricchi tessuti di raso e sete naturali dai colori vivaci, ricamati e laminati in oro, guarniti di galloni e merletti, il costume femminile è considerato tra i più belli delle raccolte internazionali per la varietà, gli echi orientali e l’austero fasto bizantino.

Un’altra tradizione che resiste è quella dell’artigianato femminile: dalle mani d’oro delle donne escono splendide coperte al telaio, merletti e ricami.

Eventi
Il folclore di Civita è ricco di elementi religiosi e storici.

Riti della settimana santa
Importanti sono i riti della Settimana Santa (Java e Madhe), secondo la liturgia bizantina. Suggestive sono le “kalimere” (canti augurali in lingua albanese, che rievocano la passione e la morte di Cristo) e la cerimonia che si svolge all’alba della Domenica di Pasqua (E Diellja e Pashkëvet), che rappresenta l’entrata nel Tempio del Cristo trionfante. Il Martedì di Pasqua viene intrecciata la “vallja’ (danza o ridda cadenzata albanese) eseguita con canti corali da giovani e meno giovani che rievocano le vittorie di Giorgio Castriota Scanderbeg contro i turchi. La “vallja”, guidata da due porta-bandiere (flamurarët) nei punti estremi della fila, compie fantasiose evoluzioni e con improvvisi spostamenti avvolgenti imprigiona qualcuno che assiste al suo passaggio, meglio se lëtir (lo straniero non albanese), e la sua liberazione si ottiene dopo aver offerto il proprio riscatto.

Kaminet
È consuetudine nei primi tre giorni di maggio, accendere nei vari rioni dei falò (kaminet) e per l’occasione vengono intonati vjershë (canti tradizionali Arbëreshë) spontanei.

Cucina
La gastronomia di Civita è originale e dal carattere forte, poiché presenta piatti della tradizione albanese, influenzati dalla vivace cucina calabrese. Connubio tra tradizioni arbëreshë e la cucina tipica del Pollino, la sapienza delle massaie unita a materie prime di qualità e alla presenza di erbe aromatiche, sforna piatti ricchi di sapore: pasta fatta in casa condita con sugo di capretto; prosciutto e capocollo; formaggio fresco; gnocchetti con ricotta pecorina; fettuccine con funghi porcini. Tipico è l’agnello e capretto, con accompagnamento di vino del Pollino.

Provincia Cosenza

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