Lungro

Lungro

Cose da fare - generale

Lungro (Ungra in arbëreshe) è un comune italiano di 2 508 abitanti della provincia di Cosenza in Calabria.

Sita a 650 m s.l.m. e distante 67 chilometri dal capoluogo della omonima provincia, preesisteva già un casale denominato Lungrum prima della venuta degli esuli dall’Albania nella seconda metà del XV secolo.

Tra i maggiori centri della comunità arbëreshe, è la capitale religiosa degli italo-albanesi continentali, sede dell’Eparchia bizantina, che raccoglie sotto la propria giurisdizione tutte le comunità albanesi d’Italia continentale che hanno conservato il rito bizantino. L’antica lingua albanese, i riti religiosi orientali e i tipici costumi della cultura d’origine sono tramandati e conservati gelosamente.

Storia
Lungro, prima della venuta degli albanesi, aveva al proprio interno già un casale abitato. Alla seconda metà del XV secolo sbarcati gli i primi albanesi, si svilupparono intorno ad un monastero Basiliano nelle terre donate in vassallaggio nel 1156 dal feudatario Ogerio del Vasto di Altomonte. I coloni, emigrati dall’Albania e nelle seconde migrazioni dalla Grecia albanofona in seguito dell’invasione dei turchi dei territori dei Balcani, guidati dal condottiero Giorgio Castriota Scanderbeg (in albanese Gjergj Kastrioti Skënderbeu), comandante che organizzò la resistenza armata all’avanzata turca per circa 25 anni, popolarono il casale intorno al 1486 dopo aver lasciato la propria terra. Gli albanesi furono accolti dall’Abate Paolo della Porta con il benestare del principe di Bisignano, Geronimo Sanseverino. Il popolo albanese, guidato dallo stesso Skanderbeg, era riuscito a resistere alle offensive dell’impero turco ottomano e costituì un baluardo in difesa dell’Europa intera. Solo alcuni anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1468, i turchi musulmani riuscirono a scardinare la resistenza albanese ed occuparono il paese intero. In seguito a questi tragici eventi si registrò in Italia la più consistente migrazione di popolazioni albanesi, con la conseguente fondazione di Lungro. Il nome “Lungru” appare per la prima volta nella storia, intorno al XII secolo. L’etimo “Lungrum” o “Ugrium” sembra riferirsi alla particolare umidità del suo territorio. Secondo Domenico De Marchis, il suo nome deriva dal greco Ugros (umido, fluido, acqua). Quest’ipotesi è avvalorata anche dal nome dell’antico monastero del casale di Lungro, che andava acquistando sempre maggiore prestigio e in poco tempo divenne uno dei più importanti centri di spiritualità bizantina e cultura greca. Furono gli albanesi (arbëreshë) a dare linfa vitale al piccolo agglomerato rurale preesistente.

Nell’anno 1525 i monaci basiliani abbandonarono il monastero, che già prima dell’insediamento dei transfughi attraversava un periodo di profonda crisi, trasformandosi in Commenda a disposizione del Pontefice e gli abitanti di Lungro seppero resistere ad ogni tentativo di giurisdizione civile e politica dei feudatari. Nella seconda metà del XVII secolo e durante il XVIII secolo, si intensificarono gli scontri tra le famiglie baronali dei Sanseverino di Altomonte ed i Pescara di Saracena. A Lungro si verificarono numerosi scontri politici per l’acquisizione di alcuni diritti baronali su feudi precedentemente contesi. Nel corso degli anni si intensificarono i secolari contrasti religiosi tra il rito greco-bizantino degli albanesi e il rito latino delle popolazioni confinanti. Numerosi preti albanesi subirono il carcere a causa della pratica del rito orientale, ma i lungresi, si strinsero intorno a loro e, lottando con tenacia, riuscirono a conservare la propria identità religiosa. Dal 1768 gli albanesi di Lungro tenacemente intrapresero la difesa del proprio rito liturgico greco-bizantino, poiché, provenienti dall’Albania meridionale, dall’Epiro e dalla Grecia albanofona, erano sotto la giurisdizione del Patriarca di Costantinopoli. Per secoli, grazie anche all’opera della Chiesa bizantina, hanno continuato a mantenere il proprio rito come elemento della propria identità. Così si definì religione cattolica perché unita a Roma, e greco-bizantina per l’unione con l’Oriente e il credo bizantino nella liturgia e teologia spirituale.

L’Eparchia di Lungro è il fondamentale punto di riferimento per gli italo-albanesi continentali, e continua a custodire la tradizione religiosa, linguistica e l’identità culturale arbëreshë. L’Eparchia venne creata il 13 febbraio del 1919 da Papa Benedetto XV e il primo Eparca fu Giovanni Mele, cui succedettero Giovanni Stamati ed Ercole Lupinacci. Attualmente è retta dall’eparca Donato Oliverio. L’Eparchia preserva e tutela la lingua, gli usi, il patrimonio religioso e culturale della minoranza albanese d’Italia.

Risorgimento Lungrese
Gli strascichi della Restaurazione imposta dalla Santa Alleanza, a Lungro trovarono una immediata risposta e non tardarono a registrarsi numerose rivolte contro l’assetto politico imposto dal Congresso di Vienna. Lungro fu una città protagonista sin dai primi anni nel Risorgimento poiché gia nel 1820 dei movimenti irredentisti, di notevole portata, costrinsero la polizia a mandare un giudice istruttore per reprimere gravi “misfatti” compiuti contro il governo borbonico. Già nel giugno del 1820, quindi, a Lungro era attiva la Carboneria che ispirata dalle idee liberali della borghesia intellettuale lungrese, andava di anno in anno ingrossando le proprie fila, anche se, dovettero passare parecchi anni, prima di registrare altre rivolte. Un’insurrezione contro la stessa tirannia borbonica, si compì a Cosenza nel marzo del 1844. Essa vide la partecipazione di molti arbëreshë, tra i quali alcuni giovani lungresi come Pasquale Cucci e i fratelli Angelo e Domenico Damis. La rivolta ebbe esito negativo e venne sedata dai borboni con il ferro e il sangue. Ma l’“avanguardia” lungrese non sopì le sue spinte liberali: il 2 giugno 1848, partecipò all’insurrezione di Cosenza, dove, sotto la reggenza del conte Ricciardi, si costituì un governo provvisorio che nominò Capitano Domenico Damis. L’offensiva di Ferdinando II, nel frattempo, non si fece attendere e si concretizzò con l’avanzata delle truppe del generale Busacca che sbarcava a Sapri con 2500 uomini. Il 14 giugno Domenico Mauro giunse a Lungro; qui con Vincenzo Stratigò, Domenico Damis, Pietro Irianni, Giuseppe Samengo ed altri 200 volontari lungresi raggiunse, il 15 giugno, le alture di Campotenese. Nello stesso giorno, dalla Sicilia, arrivava a Cosenza un contingente di 800 uomini comandato dal generale Ribotti. Il 27 giugno il Busacca sferrò un attacco alla compagnia di Giuseppe Pace, anche lui arbëresh di Frascineto che, assistito dagli uomini di Stratigò e di Damis, riuscì ad ottenere una strepitosa vittoria costringendo il nemico alla ritirata. Di li a poco, le truppe borboniche, preparono l’offensiva con la marcia del generale Lanza che dalla Basilicata stava per congiungersi al Busacca presso Castrovillari. Così, i nostri, per spezzarne l’offensiva vollero tendere un agguato in un punto strategico: sul ponte del fiume Cornuto. Il compito venne assunto dai salinari lungresi, esperti guastatori, che in poco tempo riuscirono a far saltare il ponte. Nonostante questo, però, il 30 giugno il generale Lanza riuscì a raggiungere Campotenese. Le cinque compagnie albanesi, comandate rispettivamente da Stratigò, Damis, Mauro, Baratta e Pace, avendo preso oramai coscienza dell’alto tradimento del generale Ribotti, si lanciarono disperatamente contro il nemico. Fu una lotta impari: i nostri, numericamente inferiori e provati dalle asperità delle battaglie precedenti, furono duramente sconfitti e costretti a ritirarsi. Così Lanza occupò Campotenese e si ricongiunse al Busacca nei pressi Castrovillari. Il 1º luglio Stratigò e Damis insieme a Mauro scesero a Lungro dove sciolsero le compagnie; ciò nonostante, una sessantina di albanesi, tra cui molti lungresi, nella speranza di riaccendere la rivolta, si diressero verso il Cilento. La loro avanzata, però, venne subito bloccata dalle truppe borboniche. Per i misfatti del ’48 molti arbëreshë e molti lungresi furono incarcerati, relegati al domicilio coatto o espulsi dalla miniera di salgemma. Domenico Damis venne condotto nelle carceri di Procida e condannato a 25 anni di ferri, ridotti poi a 18. Angelo Damis fu costretto al domicilio obbligato presso la propria abitazione. Vincenzo Stratigò venne mandato al domicilio coatto. Giuseppe Samengo fu arrestato, ma subitamente scarcerato per mancanza di prove. Pasquale Cucci fu costretto alla latitanza. Ferdinando II faceva chiudere per un biennio (1848-’50) anche il Collegio di San Demetrio Corone, definito dal Re «covo di vipere», perché considerato il luogo da dove partivano e si attuavano tutti gli atti di cospirazione contro il suo governo. In effetti, tutta la borghesia albanese, educatori e studenti, parteciparono in massa alla rivoluzione del ‘48, e continuarono a cospirare contro i Borboni fino all’Unità d’Italia. I rivoluzionari, durante questi anni, covavano le loro strategie. Le sommosse venivano duramente soffocate da una feroce repressione poliziesca. Il decennio di preparazione sfociò, come del resto era prevedibile, in una rivolta determinante e vittoriosa. A Lungro, il 16 luglio 1859, Vincenzo Stratigò, costretto a latitare perché ricercato dalla polizia borbonica, esaltando i successi delle truppe franco-piemontesi nelle battaglie di Palestro e San Martino, incitò i lungresi alla rivolta contro tiranno e riunì la popolazione nella piazza antistante la propria abitazione. Ancora una volta, però, la rivolta venne violentemente sedata e molte persone tradotte nelle carceri di Lungro e Cosenza. Così recita un articolo in prima pagina del Giornale del Regno delle Due Sicilie, n 156, del 19 luglio 1859 (Archivio famiglia Stratigò): «Il 16 del corrente mese nelle ore pomeridiane, pochi forsennati del comune di Lungro cominciarono a percorrere l’abitato con grida sediziose incitando quella gente a fare altrettanto. Fra essi un Vincenzo Stratigò si diè ad arringare la popolazione, ed alcuni suoi complici si condussero al vicino comune di Firmo con lo stesso reo intento, ma fu vano il loro tentativo venendo assai male accolti da quegli abitanti. L’ordine fu ristabilito immediatamente all’arrivo del Sottointendente del Distretto e dalla forza di pochi gendarmi. Otto dei principali colpevoli sono già in prigione.» Il 6 maggio 1860 Domenico Damis partì con i Mille da Genova alla volta di Marsala. Dalla Sicilia avvisò i patrioti lungresi di prepararsi a seguire Garibaldi verso Napoli. Alla notizia del suo arrivo ben 500 volontari partirono dalla sola Lungro. Così Angelo Damis, capo legionario della zona, organizzò cinque compagnie guidate da altrettanti illustri lungresi come Vincenzo Stratigò, Cesare Martino, Pietro Irianni, Pasquale Trifilio e Giuseppe Samengo. Il 2 settembre, sotto una pioggia di fiori, Garibaldi arrivò a Castrovillari; insieme a lui Domenico Damis che prese il comando delle compagnie lungresi. Alla legione di Lungro si unirono quelle di Frascineto e Civita, costituendo così una brigata sotto il comando di Giuseppe Pace. Il 1 ed il 2 ottobre le truppe borboniche opposero una residua resistenza ai nostri. Nella battaglia del Volturno i lungresi combatterono valorosamente ottenendo una splendida vittoria. Tutt’oggi a Lungro parte della toponomastica è dedicata alle vicende Risorgimentali: tra le più famose vie e piazze vi sono Via dei Mille, via dei 500, Piazza XVI Luglio e Piazza Generale Damis.

 

Religione: Il Rito bizantino

La spiritualità religiosa che lega le chiese degli arbëreshë a Costantinopoli è millenaria. L’Eparchia di Lungro, istituita nel 1919 per volere di Papa Benedetto XV, raggruppa sotto la propria giurisdizione la maggior parte delle chiese arbëreshë di rito greco-bizantino della provincia di Cosenza e alcune anche fuori la regione Calabria. La spiritualità arbëreshe, che fa riferimento al cristianesimo di tipo bizantino, si definisce nella profondità del rito, ricco di simbolismo e di suggestivi cerimoniali. Il mantenimento del rito ha coeso la civiltà arbëreshe tramandando le tradizioni popolari, i canti liturgici in lingua greca e albanese, gli usi e i costumi. Il ruolo che la Chiesa bizantina ha avuto in più di cinque secoli è stato di fondamentale importanza perché ha consentito ai propri fedeli di praticare il rito orientale e di mantenere e coltivare la propria lingua e la propria identità. È proprio il rito bizantino-greco che diventa elemento principale e cardine della conservazione del patrimonio della cultura e della tradizione albanese. La liturgia e tutte le celebrazioni religiose sono celebrate in greco e in albanese e, in rare occasioni, in italiano.

È importante ricordare tuttavia, le grandi difficoltà che hanno dovuto superare gli arbëreshë nel preservare la propria identità, etnica e religiosa, dai continui attacchi della cultura dominante indigena (latina), volti a dissuadere i fedeli albanesi dalla pratica del rito orientale. Le differenze sostanziali tra il cristianesimo greco-bizantino e quello latino, si notano per il diritto canonico, che segue quello degli ortodossi, per il calendario liturgico proprio e i cerimoniali orientali. La messa è quella di San Giovanni Crisostomo che viene celebrata in lingua greca nelle funzioni solenni, in lingua albanese nelle funzioni quotidiane. Le peculiarità del rito orientale, inoltre, si evidenziano nei paramenti sacri, nella venerazione delle sante icone nonché nella struttura architettonica della Chiesa. Le particolarità suggestive del rito bizantino, si basano sui differenti cerimoniali che si praticano per i sacramenti dell’Iniziazione cristiana. Battesimo (Pagëzim), cresima (Vërtetim) ed eucaristia (Kungjimi) vengono somministrati insieme e la comunione viene fatta con il pane e con il vino. Molto suggestivo è il cerimoniale del matrimonio e particolarmente mistiche e cariche di spiritualità sono le funzioni della Settimana Santa di Lungro (Java e Madhe), preparata dalla Grande e Santa Quaresima.

Tradizioni e folclore: Le Feste popolari
Tra le feste della tradizione lungrese, quella certamente più importante è la festa patronale a San Nicola Di Mira che si tiene il 6 dicembre. Nei giorni 3-4-5 dicembre di ogni anno vengono celebrati i falò in onore del Santo Patrono. Nella mattina del 6 dicembre si svolge la tradizionale fiera e nel pomeriggio la processione per le vie del paese.

Un’altra importante festa viene celebrata nel periodo estivo in onore della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo. Nelle due domeniche intorno al 16 di luglio vi sono due processioni: la domenica prima del 16 luglio la Madonna viene portata all’alba dalla chiesetta in Cattedrale (dopo la veglia nella notte); il sabato sera vi sono i festeggiamenti laici (concerto, spettacolo pirotecnico), la domenica mattina un imponente fiera si snoda per l’ex SS105 e in serata la Solenne Processione.

Il Carnevale
Il Carnevale (Karnivalli) a Lungro riveste una particolare importanza e desta grande interesse in tutto il comprensorio del Pollino. Le peculiarità etniche e folcloriche collocano questa festa tra gli eventi più importanti della tradizione popolare albanese. Per le vie del paese si incontrano comitive di ragazzi e adulti e a ritmo percorrono le strette vie del centro storico. Queste comitive poi vengono accolte nelle case e viene offerto loro vino e cibi casarecci, tutto allietato dal suono degli organetti e delle zampogne e intermezzato dagli antichi e famosi vjershë (poesie) della tradizione canora arbëresh. La vera particolarità del carnevale lungrese è data dall’improvvisazione; nessun vero calendario di eventi, solo la spontaneità dei gruppi di suonatori e delle mascherate singole o di gruppo che animano le vie del centro, per poi continuare nelle case o nei katoqi (cantine).

Il rito del fidanzamento e matrimonio
Il rito del fidanzamento e matrimonio (riti i kushqit e martesës), quindi il rito delle nozze presso gli arbëreshë, ha avuto sempre un suo particolare fascino e per il cerimoniale preparatorio e per la funzione religiosa. Naturalmente nel corso dei secoli è andato a modificarsi il prima e il dopo in alcune sfaccettature, mentre la cerimonia religiosa di rito bizantino è rimasta invariata. Queste descrizioni del matrimonio presso gli Albanesi d’Italia sono state scritte da Francesco Tajani in Historie albanesi del 1866.

Il rito del fidanzamento avviene in un giorno stabilito, quando lo sposo, con un corteo di uomini e di donne di tutto il suo parentado, si avvia per farne la conoscenza. I nuovi parenti lo ricevono con gioia. Le donne intonano un canto di lode, poi esse da un lato, gli uomini dall’altro, intrecciano una danza; lo sposo agli altri uniti, carotando a lei d’intorno le gitta nella madia l’anello nuziale, a sua volta la sposa lo raccoglie, e continuando nella sua occupazione lo tiene in fior di labbra. Indi il corteo si scioglie. Con questa pubblica formalità il nodo è divenuto indissolubile, la coppia ha scambiato un primo segno di amore, il paese intero lo sa, ardono già le tede, gli Albanesi non saprebbero spegnerle altrimenti che col sangue. Fino a quando non si preparano gli sponsali si usa che il giovane innamorato con gli amici a coro tutta notte al chiarore di luna, spiega coi canti albanesi sotto la finestra della sua bella gli spasimi della concepita passione, la inneggia, le tramanda i suoi sospiri, e perciò i canti erotici sono molto comuni. Non sempre però va bene: può capitare di ricevere addosso qualche secchio d’acqua. Anche se i due giovani si erano fidanzati, l’ultima parola spettava al padre della ragazza. Se il padre è d’accordo allora si fa il fidanzamento ufficiale (kushqia). Il giorno del fidanzamento viene indicato generalmente con “i qelljin artë” (portano l’oro) alla ragazza e non con “bejin kushqin” (si fidanzano). Infatti il rito del fidanzamento, oltre che incontro ufficiale tra le famiglie per il consenso al matrimonio, è caratterizzato dai regali in oro che il fidanzato e la sua famiglia donano alla ragazza. La regola diceva che il fidanzato doveva regalarle l’anello e la madre sia la collana che il bracciale. Prima dello scambio dei regali e quindi dell’ufficialità del fidanzamento si discute delle prospettive che il ragazzo può dare alla ragazza e della dote (paja) della ragazza. Anche dopo il fidanzamento i ragazzi possono uscire assieme solo se accompagnati dai genitori della ragazza o da qualche parente intimo. Fissata la data delle nozze, si fanno le pubblicazioni e si scelgono i testimoni (kumbartë) che generalmente sono parenti o amici di famiglia. La settimana che precede il giorno del matrimonio, che si svolgeva di domenica, le famiglie ricevono le visite di parenti ed amici che portano i doni. Il giovedì la famiglia dello sposo manda a casa della sposa un canestro (kanistra) con abbigliamento e il costume albanese da sposa. La famiglia della sposa, invece, il sabato ricambia i regali inviando una guantiera (spaza). La donna che porta quest’ultima guantiera percorre le strade che avrebbe fatto, il giorno dopo, il corteo nuziale. Le portatrici dei cesti ottenevano un compenso in denaro dal ricevente. Più era alto il compenso, più si erano apprezzati i regali ricevuti.

La mattina del matrimonio comincia il rito della vestizione con il costume albanese completo di tutti i suoi particolari. Il rito è abbastanza lungo, tanto che ancora oggi, quando uno perde tempo si dice “vë stolit”, cioè indossa il costume albanese. Quando la sposa è pronta, viene inviato il dolce nuziale (mastacualli) in casa dello sposo. Il corteo dello sposo può così muoversi per raggiungere la casa della sposa attraversando vie diverse da quelle che avrebbe percorso il corteo nuziale. Il primo a partire è il corteo dello sposo, seguito da quello della sposa. A capo del primo corteo c’e il padre dello sposo e un parente stretto, seguito poi dallo sposo con i due testimoni e gli invitati dello sposo. Subito dopo la sposa con il padre e gli invitati. Arrivati davanti al portone principale della chiesa lo sposo si ferma e attende l’arrivo della sposa, e si entra in chiesa dove li aspetta il papàs e dove avrà luogo la funzione. Usciti dalla chiesa il corteo si reca generalmente nella casa dello sposo. Durante il passaggio dei cortei era consuetudine lanciare confetti e monetine agli sposi da parte del vicinato o di conoscenti che non partecipavano al matrimonio. Arrivati sulla soglia della casa, ad attenderli c’e la madre dello sposo che cinge entrambi con una fettuccia elegante accogliendo la nuova coppia in casa. Iniziano allora i festeggiamenti con il vino migliore, conservato per l’occasione, e dolci tutti fatti in casa. Bisogna ricordare che le donne albanesi, al pari dell’uomo, esercitano dominio all’interno della casa.

Oggi, in linea di massima, il rito e le tradizioni del matrimonio sono gli stessi. Il rito del fidanzamento ha perso in parte di valore e da una cinquantina d’anni in pochi ci si sposa in costume albanese. Si sta perdendo anche l’usanza di andare a casa della sposa prima di recarsi in chiesa. Infatti spesso lo sposo attende la sposa direttamente in chiesa. La funzione religiosa è rimasta invariata.

Alcuni importanti termini sono: fidanzato e genero: “dhëndërr”, fidanzata “nusja”, suocero/suocera: “vjehërr/vjehëra”, nuora: “e re”, fidanzamento: “kushqi”, matrimonio: “martesë”.

Il rito del Mate

Gli strumenti per preparare il mate: kungulli (il contenitore), Pumbixhi (una specie di cannuccia di metallo) e Çikullatera (contenitore dove bolle l’acqua)
Il rituale del mate (riti i matit) ha una radice proveniente dai flussi migratori che hanno portato molti albanesi di Lungro ad abbandonare il paese per sbarcare in America, specialmente in Argentina. Tra le usanze culinarie esclusive di Lungro, il rito del mate, rappresenta un grande esempio di contaminazione gastronomica e inclusione sociale. Kungulli, contenitore incavo ottenuto da una zucchina accuratamente svuotata, Pumbixhi, una specie di cannuccia di metallo e Çikullatera , il contenitore dove bolle l’acqua, sono accessori fondamentali del rituale. La preparazione del mate è molto semplice. Dopo aver posto Çikullateren sul fuoco e riscaldata l’acqua si prepara kungullin all’interno del quale si mette un pezzo di brace, una buccia di arancia precedentemente essiccata, la mate si mette pumbixhi e si aggiunge lo zucchero quindi si versa l’acqua calda e si consuma il contenuto aspirandolo chiaramente tramite pumbixhin. L’atmosfera fa da cornice a questo rituale è quella invernale, quando i lungresi amano sedersi in cerchio vicino alla focolare (vatra), per gustare il mate, facendolo circolare di mano in mano in gjitonì o agli ospiti che bevono tutti nello stesso pumbixh. Questa pratica circolare, ha attecchito in maniera istantanea a Lungro, una delle culle della cultura arbëreshe dove la cognizione di circolarità è fortemente presente sia nel concezione del modo di vivere che negli ambiti architettonici. Questo elemento di notevole interesse socio-antropologico ha ulteriormente rafforzato i connotati della socialità ed ha contribuito a rendere ancora più solidi i principi della gjitonia arbëreshe.

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