Viaggio nella Calabria Bizantina e la fede Greco-Ortodossa

“La fortunata posizione geografica vede la Calabria al centro del Mediterraneo, da sempre crocevia di popoli, merci e cultura che fanno scalo negli 800 km di coste a fini commerciali o coloniali. Per questa rete di scambi e intensi rapporti l’Enotria indigena diverrà la Magna Grecia di epoca coloniale, in seguito alla colonizzazione di popolamento di ingenti gruppi provenienti dalla Grecia finalizzati a cercare e trovare nuovi spazi vitali da cui ripartire e ottenere benessere e fortuna. Una rete di equilibri che verrà sconvolta dopo quasi otto secoli di civiltà magno greca a opera dei romani che imporranno il loro potere nel Mediterraneo, dal terzo secolo a.C. fino alla fine dell’epoca imperiale. In quel preciso momento il cristianesimo era già religione ufficiale e Roma si separa da Bisanzio in quello che sarà riconosciuto il grande scisma tra oriente e occidente, tra religione Cattolica Romana Apostolica e religione Greco Ortodossa Patriarcale. La Calabria si distaccherà dal potere centrale e sarà pertanto annessa al Patriarcato di Bisanzio e al suo diretto controllo in quanto nuova Eparchia Ortodossa e Tema(regione,dominio) bizantino, il Thema di Calabria. Essa fu una delle regioni più ricche e allo stesso tempo una delle più curate culturalmente e artisticamente in mano ai greci d’oriente.” 

 

A cura dell’Archeologo e Guida abilitata Prof. Tommaso Scerbo,
Specialista in Archeologia della Magna Grecia.

 

Approfondimento del nostro Tour “La Calabria Bizantina e l’alto Ionio”, a cura del Dott. Scerbo (leggi di più).

 

Tale itinerario nasce dall’esigenza di scoprire alcune eccellenze culturali del patrimonio calabrese fortemente connotative da un punto di vista antropologico. Ciò che caratterizza infatti lo spirito di questa regione è il binomio tra cultura montana e cultura marittima. La fortunata posizione geografica vede la Calabria al centro del Mediterraneo, da sempre crocevia di popoli, merci e cultura che fanno scalo negli 800 km di coste a fini commerciali o coloniali. Per questa rete di scambi e intensi rapporti l’Enotria indigena diverrà la Magna Grecia di epoca coloniale, in seguito alla colonizzazione di popolamento di ingenti gruppi provenienti dalla Grecia finalizzati a cercare e trovare nuovi spazi vitali da cui ripartire e ottenere benessere e fortuna. Una rete di equilibri che verrà sconvolta dopo quasi otto secoli di civiltà magno greca a opera dei romani che imporranno il loro potere nel Mediterraneo, dal terzo secolo a.C. fino alla fine dell’epoca imperiale. In quel preciso momento il cristianesimo era già religione ufficiale e Roma si separa da Bisanzio in quello che sarà riconosciuto il grande scisma tra oriente e occidente, tra religione Cattolica Romana Apostolica e religione Greco Ortodossa Patriarcale. La Calabria si distaccherà dal potere centrale e sarà pertanto annessa al Patriarcato di Bisanzio e al suo diretto controllo in quanto nuova Eparchia Ortodossa e Tema(regione,dominio) bizantino, il Thema di Calabria. Essa fu una delle regioni più ricche e allo stesso tempo una delle più curate culturalmente e artisticamente in mano ai greci d’oriente. La presenza ancora oggi dell’Eparchia di Lungro e di molte comunità ortodosse, nonché dell’unico esempio di Ekklesia di rito Greco e di fede Cattolica che auspica un ricongiungimento dello scisma d’oriente con quello d’occidente, profetizzato dal monaco greco S. Nilo da Rossano, in terra di Calabria, rendono questa regione, al di la delle innumerevoli testimonianze storiche bizantine e cattoliche, da un punto di vista religioso e culturale, una regione unica al mondo. La diffusione del cristianesimo bizantino e poi cattolico ha permeato tutte le aree della Calabria, dandoci la possibilità di godere di un patrimonio architettonico fatto di chiese, cattedrali, monasteri, castelli, castra e borghi di pietra millenari posti a difesa e sfruttamento dell’entroterra silano o aspromontano e collinare delle Serre e sempre a diretto contatto con la costa e il mare, in questo caso lo Jonio, definito il mare greco. Il  sorgere del sole a est era un punto focale della mistica religiosa bizantina su cui orientare architettonicamente tutte le piante delle chiese bizantine, l’alba sul mare Jonio, l’alba jonica accompagnava e ancora oggi accompagna lo svolgersi di riti antichissimi, fatti di lunghe salmodie e adorazione di santi orientali che ancora oggi sin dal V-VI secolo d. C. hanno il loro seguito di fedeli. La Chiesa Ortodossa non riconosce infatti l’autorità del Vescovo di Roma come successore di Pietro e proclama di rappresentare la continuità secolare della chiesa paleocristiana indivisa del I millennio.

 

Il pellegrinaggio greco-ortodosso è un Tour alla scoperta della cultura Bizantina di Calabria con la visita dei borghi e dei monasteri con annesse le chiese può avere inizio geograficamente e storicamente dalla grande e ultima realtà viva dell’eparchia di Lungro degli Italo-Albanesi sede della chiesa bizantina cattolica in Italia di rito orientale, immediatamente soggetta alla Santa Sede e appartenente alla regione ecclesiastica Calabria. Connessa a questa realtà vi è anche piccolo borgo di Civita a pochi km da Lungro che con la sua chiesa greco-cattolica dalla magnifica Iconostasi greca ricca di decorazioni simboli e santi bizantini e la statua in piazza dell’eroe albanese Giorgio Castriota Skanderbeg, racconta il passato travagliato di queste comunità salvate dal Castriota, portate nel sud Italia e convertitesi dopo il 1400 grazie alla sua azione eroica. Civita è infatti un borgo di notevole bellezza incastonato nel cuore della catena montuosa del Pollino e posto su un altura a strapiombo sulle gole del torrente Raganello, canyon naturali, visibili in un panorama mozzafiato dal paesello; oltre a essere un ottimo punto per la degustazione o il pranzo, a base di prodotti locali provenienti dalla catena montuosa del Pollino e dal Mar Jonio, dunque dal pesce ai crostacei o frutti di mare al pranzo a base di pasta fatta in casa a ragù di cinghiale o funghi porcini o maiale, conserve sottolio, insaccati di carni di maiale sono tipici come la lavorazione della frutta secca o fresca per i dolci fatti in casa. Ridiscendendo le montagne del pollino fino alla costa incrociamo la statale 106 SS Jonica che sarà il nostro asse viario fino alle prossime mete per tutta la durata del tour che si svolgerà essenzialmente tra la costa Jonica e l’entroterra pedemontano-montano. Queste realtà nascono infatti grazie alla fuga delle popolazioni che abitavano la costa sin da epoca romana e che alla fine dell’impero si trovarono in balia delle scorribande dei pirati turchi o dei saraceni o dei musulmani in generale e poi dei goti e dei longobardi cattolici evangelizzati per opportunismo, che arrivarono alla guerra greco-gotica prima e alle guerre di resistenza di un sud bizantino dal dominio barbaro longobardo dopo, favorendo lo spopolamento delle coste  fino all’VIII rifondando nell’entroterra potenti castra d’altura fortificati come Roscianum Rossano, detta La Bizantina. Conosciuta come la Ravenna del sud Italia per essere una delle capitali del Tema di Calabria sotto il diretto controllo dell’imperatore di Bisanzio, Rossano è il simbolo di quella fuga dalla costa come anche dallo stesso Oriente interi gruppi monastici e monaci eremiti fuggirono per andare a rifugiarsi nella più lontana e ricca fra le provincie dell’impero, la Calabria. Essi fuggivano la lotta iconoclasta dell’imperatore Isaurico che vietò le immagini di culto e perseguitò chiunque producesse icone o tesori miniati e raffigurati come il Codex Purpureus  che rappresenta un vero e proprio tesoro ovvero un vangelo fra i 5 più antichi al mondo e di sicuro il più illustrato e riccamente decorato. Datato al V sec. d.C. si suppone dovesse essere un dono per un imperatore in quanto esso è composto in lingua greca su fogli di pergamena impregnati di porpora rossa e impreziositi dalla presenza di figure decorate a colori vivaci e lettere in oro e argento puro.  La città offre la visita della cattedrale in cui si conserva non solo il Codex ma anche una madonna miracolosa Maria Santissima in greco Achiropita e Odighitria, ovvero non dipinta da mano umana, raffigurata su una roccia che in principio era custodita nella precedente chiesa bizantina orientata a est, ora all’interno della cattedrale. Risalendo per il corso non si può non andare a visitare il capolavoro architettonico del X sec. d.C. della chiesetta di S. Marco. Tale chiesa insieme alla Cattolica di Stilo a cui è simile in ogni particolare se non fosse per il restauro e l’intonaco bianco di cui è ricoperta, si erge su uno sperone roccioso del quartiere Grecìa tipico di ogni città bizantina, di lingua prevalentemente greca e religione ortodossa, ricco di chiese e monasteri, cuore della vita bizantina culturale ed economica, in esse si svolgeva l’ascesi comunitaria dei monaci italo-greci che spesso avevano il monastero nel quartiere e poi abitavano le grotte scavate nel tufo dei costoni rocciosi. Uno di questi fu S. Nilo da Rossano che richiese personalmente il tempio bizantino; la chiesetta era a pianta quadrata a croce greca sormontata da 5 cupole e riccamente decorata da affreschi, con tre absidi semicircolari sulla parete orientata a est per il Diakonikon il Bema e la Prothesis, al centro dell’aula 4 piloni sorreggono la volta  cava per la presenza delle 5 cupole e contornano lo spazio per un altare in pietra sobrio e tipicamente medievale. Accanto alla chiesa di S. Marco è possibile sostare per il pranzo libero o presso una trattoria tipica di Rossano “La Bizantina” nella quale è possibile degustare a km 0 tutte le specialità locali anche in questo caso di mare e di montagna a seconda della stagione. In ultimo ma non meno importante per splendore e grandezza il monumento religioso del Patirion di Rossano. L’abbazia di Santa Maria del Patire fu fondata intorno al 1095 dal monaco e sacerdote Bartolomeo di Simeri, con l’ausilio di alcuni ricchi normanni, e venne dedicata a “Santa Maria Nuova Odigitria“, anche se è conosciuta con il nome di “Santa Maria del Patìr”, o semplicemente “Patire” (dal greco Patèr = padre), attribuzione data come segno di devozione al padre fondatore. Nel 1105 il pontefice Pasquale II gli concesse il diritto di immunità dalla giurisdizione vescovile. In epoca normanna divenne uno dei più ricchi e rinomati monasteri dell’Italia Meridionale. L’abbazia possedeva anche una ricca biblioteca e uno scriptorium dove lavoravano monaci amanuensi per la trascrizione di antichi codici. Dopo aver ridisceso i tornanti della rocca bizantina di Rossano si riprende il cammino in direzione sud seguendo sempre la SS106 e si giunge a Krotone, che offre una significativa digressione sulla Magna Grecia e sulle colonizzazioni greche della Calabria a opera dei Greci d’Occidente. Si può dunque effettuare la visita al museo e avere tempo libero per lo shopping, anche religioso, in centro dopo una visita alla cappella della Madonna di Capocolonna, Madonna miracolosa, icona di arte Bizantina, venerata da secoli nella città di Crotone che dal VI all’VIII d.C.fu porto delle operazioni bizantine e punto di fuga del generale Belisario verso Costantinopoli. Dopo questa pausa in visita al centro storico di Crotone per una breve passeggiata di poche ore si può raggiungere in 20 min di strada dalla 106SS il Borgo medievale di S. Severina. eletto insieme a molti altri in Calabria fra i borghi più belli d’italia, la Nave di Pietra, è letteralmente incastonato fra le alture collinari e premontane della Sila Greca nel Marchesato di Crotone. Il paesaggio  è rigato sotto l’altura dl borgo dal principale torrente del Crotonese, il fiume Neto, per portata e per storia. .La nave di pietra perché il castello posto sulla cinta muraria assume in punta la forma di una prua che trascina il resto del paese, come una grande nave di pietra. La visita del Castello con annesso museo al suo interno porta alla scoperta di ciò che doveva essere la struttura e il resto del paese  pochi secoli prima della conquista Normanna nell’XI sec.fra IX e X quando nel  kastron bizantino avremmo avuto una grande terrazza aperta una sorta di piazza d’armi con una chiesa decorata da affreschi e annessa necropoli che attualmente sono state scavate e preservate all’interno del castello sotto le pavimentazioni di epoca medievale, numerosi i reperti salvati dalle tombe bizantine ed esposti al museo. All’esterno avremmo potuto ammirare il battistero, riscoperto come unicum e antica struttura bizantina da Paolo Orsi lo stesso archeologo che riscopre la Magna Grecia. Il battistero del X sec. d.C. si presenta come una struttura greca di forma circolare una vera tholos, che nei canoni bizantini segue un simbolismo architettonico connesso a una mistica in questo caso strutturale, che in una struttura essenziale e piccola come le altre incontrate in precedenza, per quanto questa sia maestosa, vuole esprimere la quadratura del cerchio e dunque la perfezione di Dio, poiché dal circolo di colonne  sormontate dalla cupola centrale si dipartono come da una seconda navata circolare che gira intorno al colonnato 4 piccoli bracci con volte a botte e finestra in principio affrescati, che formano una croce greca perfetta. La vasca a immersione e di marmo e le colonne splendide di ogni tipo di marmo colorato provengono da opere di spoliazione di ville romane depredate e riutilizzate negli edifici cristiani. Un altro edificio degno di nota e prettamente bizantino è la piccola Chiesa di Santa Filomena, detta anche del Pozzoleo perché costruita tra il XI ed il XII secolo d.C., dai normanni sopra il precedente impianto della Chiesa di Santa Maria del Pozzo,  così chiamata perché nei pressi di una cisterna, oggi adibita a cripta. Le dimensioni dell’attuale chiesa e la magnifica cupola ornata a motivi orientali svelano la sua natura tipicamente bizantina. L’edificio presenta una stretta facciata rettangolare con volta a botte e portale ad arco acuto, sormontato da una bifora e da un piccolo campanile a vela. Su uno dei lati dell’edificio sacro, si aprono due bei portali d’ingresso ad arco acuto, decorati a losanghe e rosoni. La chiesa presenta una grande abside centrale, fiancheggiata da due più piccole. L’abside è sovrastata da una cupola slanciata ornata da 16 colonnine, secondo un motivo tipico delle chiese armene.  All’interno era possibile ammirare un’acquasantiera, realizzata in marmo pario e abbellita da elementi decorativi a foglie che oggi è conservata nel Museo Diocesano di Santa Severina. Riprendendo la statale 106 sulla costa il tour continua dirigendosi a sud fino al centro della Calabria, nell’Istmo Lametico-Scilletico, presso il Golfo di Squillace, una delle aree più variegate e ricche della nostra regione per tipologia di paesaggi, flora e fauna e per la vicinanza, soli 35 km,  tra i due mari Jonio e Tirreno, che battezza questa terra come la Piana dei Due Mari. Al centro di questo golfo ricco di spiagge sabbiose e di scogliere che non si trovano in nessun’altro punto della costa Jonica, abbiamo il sito archeologico della colonia greco-romana di Scolacium.

Una città romana dell’antico Brutium che fu abitata fino all’VIII secolo, momento in cui accennavamo alla fuga delle popolazioni costiere verso l’entroterra montano per paura e per necessità economiche e all’arrivo di nuove compagini di monaci e gente dall’oriente, perseguitata a causa delle lotte iconoclaste dovute agli imperatori di Bisanzio. La Calabria in quanto terra greca e ultima regione dell’impero, per cui sottoposta al dominio bizantino ma in qualche modo fuori dalle persecuzioni violente, accolse una grande quantità di monaci appartenenti a diversi ordini ortodossi o di eremiti che cercavano pace e rifugio lontani dai centri del potere imperiale. Nacquero strutture religiose in ogni Kastron bizantino e furono riportati e salvati codici miniati, vangeli illustrati, icone di straordinaria bellezza e fattura , tesori unici gelosamente custoditi fino all’arrivo dei Normanni e alla ricattolicizzazione forzata del Sud Italia Bizantino. Ma i Normanni come abbiamo visto in altri casi, figli di culture barbare, bellicose, prive di stile o di alcun gusto artistico, iniziarono a raccogliere l’eredità bizantina abbracciandone la cultura, alle volte addirittura sovrapponendo semplicemente il culto cattolico a strutture greche e ortodosse, modificando la pianta da croce greca in latina o stratificando un edificio su un altro o cambiandone direttamente il culto senza distruggere quanto di buono era stato costruito da una civiltà millenaria come quella Bizantina e senza aggredire un culto che per quanto greco-ortodosso era in fondo pure sempre Cristiano. Si pensi al caso emblematico della Basilica Deuterobizantina-Normanna dell’ XI sec. di S. Maria della Roccella presente nel territorio della antica colonia di Scolacium. In essa la pianta a croce latina, le murature spesse e possenti di una caserma militare, il corpus a unica navata con pilastri tipicamente normanno non riesce a tradire la pelle di mattoni e laterizi giustapposti in più stili ad uso dei bizantini o le tre enormi absidi sulla parte retrostante al transetto, che vengono riportate anche sul’altare, una SINCRESI insomma una sintesi pura tra lo stile Bizantino e quello Romanico che diverrà lo stile poi Normanno nella conquista del sud Italia.  L’enorme Basilica di S. Maria della Roccella doveva nascere come un enorme complesso monastico di stile Romanico-Bizantino voluto dai conquistatori normanni per ripopolare un’ area  davvero importante da un punto di vista economico e strategico ma anche sottoposta a scorribande saracene-gotiche-longobarde. Visitato il museo di Scolacium si riprende il cammino, dopo una breve sosta su Catanzaro Lido per un gelato o un aperitivo sul lungomare, in direzione di Stilo. Antico kastron bizantino poi borgo medievale in cui si svolge ancora oggi il palio della Ribusa in costume d’epoca, Stilo, non ha mai perso la sua millenaria natura greco ortodossa. Ad esso fanno capo numerosi paesi di cultura grecanica e religione ortodossa e monasteri millenari come quello di S. Giovanni Therestis, che ancora oggi ospita una piccola comunità di monaci greco ortodossi appartenenti al patriarcato di Romania.  Aggrappata al monte Consolino e posta su un altura a ridosso del fiume Stilaro nell’omonima vallata, Stilo dominava già in periodo bizantino dall’VIII-IX sec in poi. sarà appunto nel IX che  i monaci  dei monasteri per difendersi e per avere un luogo di preghiera mistico e che aggrappandosi a uno sperone roccioso si avvicinasse al creatore inserendosi perfettamente nel contesto naturale del Monte Consolino, nacque cosi il Katholikon o La Cattolica. La Cattolica era la chiesa madre tra le 5 parrocchie del paese retta dal Protopapa bizantino  e da un vicario locale. L’architettura è quella tipica dedotta dalla mistagogia bizantina di una chiesa a croce greca inscritta in un quadrato all’interno 4 colonne romane dividono lo spazio in 9 parti uguali quadrato centrale e quelli angolari sono coperti da cupole che a loro volta, essendo puramente simboliche, descrivono un cerchio in un quadrato generando la quadratura del cerchio, simbolo della perfezione di Dio.   All’interno e all’esterno 3 absidi puntano la struttura verso est e in quella centrale, rappresentante il Bema,  si apre una finestrella puntata direttamente verso Bisanzio. L’interno è una stratificazione di affreschi che partono dal periodo bizantino e procedono attraverso quello Normanno fino al periodo rinascimentale, in una teoria di santi e angeli e in una meravigliosa Dormitio Virginis sulla parete W. Il ciclo di affreschi culmina nella piccola volta a botte del Bema nel quale, facendo bene attenzione, si scorge un potente Christos Pantocrator seduto in trono benedicente e circondato da angeli. I Normanni per quanto la struttura fosse piccola e insignificante contro le loro potenti architetture, furono conquistati da tanto splendore da tanto misticismo al punto che non variarono nulla al suo interno, semplicemente convertirono la struttura al cattolicesimo e costruirono un altare sulla parete N. Lasciando il sito della Cattolica di Stilo a pochi minuti di strada e in pochi minuti di jeep fra le splendide montagne del Gran Bosco  di Stilo fra le Serre e l’Aspromonte si giunge attraverso una brevissima passeggiata-trekking fra la vegetazione lussureggiante e i corsi d’acqua ricchi di ferro dello Stilaro, alle cascate del Marmarico. Presso il laghetto della cascata sarà possibile  fermarsi per consumare un pranzo a sacco. Dopo pranzo la visita prosegue verso il monastero Abbazia di S. Giovanni Therestis, dove la visita e il suo tour raggiungono il loro apice nella visita  monastero ortodosso di San Giovanni Theristis si trova presso Bivongi, in provincia di Reggio Calabria ed attualmente vi risiede stabilmente una comunità monastica appartenente alla Diocesi Romena Ortodossa d’Italia. Il cristianesimo di rito bizantino piuttosto che di rito latino nell’Italia meridionale divenne motivo di salvezza fisica e spirituale per chi in quei secoli sceglieva la Calabria come una delle principali vie di fuga, soprattutto monaci ortodossi provenienti dall’oriente a partire dal VII secolo dopo la lotta degli iconoclasti. In Aspromonte sorsero moltissimi monasteri, soprattutto nella Vallata dell’Amendolea e nella Vallata dello Stilaro e vi furono parecchi santi basiliani italogreci. Proprio nella vallata dello Stilaro visse ed operò nel IX secolo San Giovanni Theristis sorse nell’XI secolo un monastero bizantino a lui intitolato. Esso si sviluppò in periodo normanno come uno dei più importanti monasteri basiliani nel Meridione d’Italia e mantenne splendore e ricchezza sino al XV secolo. I suoi monaci erano e sono ancora oggi molto dotti possedendo una vasta biblioteca e ricchi tesori. Costruita nella seconda metà dell’XI secolo, la basilica costituisce una chiara testimonianza architettonica di transizione dall’epoca bizantina a quella latina. Infatti presenta frammisti tra loro elementi architettonici bizantini e normanni. La basilica si presenta come chiesa bizantina, ma con dimensioni normanne. Lo stile bizantino è invece evidente nell’esterno della basilica, nei muri perimetrali costruiti con strati di pietra concia e con cotto alternati, contornati da lesene di mattoni posti di piatto e di coltello che in alto si chiudono ad arco, nelle lesene all’esterno dell’abside che, intersecandosi, formano archi ogivali ed insieme a tutto tondo arieggianti motivi dell’architettura araba. Tracce di affreschi denotano come i muri della basilica siano stati affrescati già dalla sua edificazione e la più notevole di queste raffigura San Giovanni Therestis. Le absidiole esterne e quella principale, gli spioventi delle stesse e dei bracci del transetto, la cupola, con il tamburo contornato da 16 sottili colonnine a mezzo tondo in cotto, che tutto sovrasta, offrono nell’insieme la visione di una struttura protesa verso l’alto. L’interno oggi si presenta nuovamente ricco di icone, pitture, affreschi e ammirevoli arredi sacri come l’iconostasi o lo splendido lampadario in oro nella navata centrale, con una grande base di dodici lati, su ognuno dei quali è raffigurato un apostolo. La comunità di monaci ancora oggi esiste con 5 papàs che gestiscono i campi e le strutture del monastero da eremiti e accoglie i visitatori celebrando il rito greco ortodosso in Calabria e diffondendo ancora la grandiosa e millenaria cultura bizantina, afferendo al patriarcato di Romania e vendendo i prodotti della terra o le loro manifatture al turista. Ridiscendendo la montagna a valle si raggiunge Caulonia moderna e tagliando per qualche kilometro nell’entroterra campestre si arriva a un piccolo paese dove la campagna è meravigliosa nel periodo in cui questi tours hanno luogo, una vera esplosione di profumi e colori e di verde lussureggiante misto al giallo del grano e al rosso dei papaveri e dei fichi d’india. Presso Caulonia possiamo segnalare nel tour, per i più interessati la presenza dei ruderi di una cappella/chesa bizantina-basiliana, Un affresco bizantino – La Deesis di San Zaccaria a Caulonia. L’affresco è una delle poche testimonianze di quel patrimonio artistico “che molti secoli di monachesimo orientale hanno prodotto ed accumulato in Calabria, in specie dopo il mille”. L’opera è tutto ciò che rimane dell’antica chiesa di San Zaccaria, edificata secondo la tradizione per volere di un ebreo di nome Simone convertitosi al cristianesimo, danneggiata dal terremoto del 1783 e quasi totalmente distrutta da quello del 1908. Oggi dell’antica chiesetta, come abbiamo già detto, rimane soltanto l’abside affrescato ed il suo stato di conservazione, già deplorato dal Morisani nel 1962, non ha fatto altro che peggiorare ulteriormente. L’opera, databile alla prima metà del 1200, raffigura Cristo benedicente, con gesto ortodosso, in trono tra la Madonna e San Giovanni (motivo iconografico questo che da Costantinopoli si diffuse in gran parte dell’area mediterranea). Nel volume tenuto dal Cristo con la mano destra è riportato in greco, con le parole abbreviate, parte del versetto 12 cap. VIII del Vangelo di San Giovanni: “Io sono la luce del mondo, chi segue me non camminerà nel buio”. Accanto ad ogni figura compaiono, inoltre, sempre in lettere greche, le consuete sigle che indicano i personaggi raffigurati. In basso poi, tra la Madonna ed il Cristo, si scorge una lunga frase, sempre in caratteri greci medioevali, oggi in buona parte non leggibili, ma che illustri studiosi hanno tradotto: “Ricordati Signore, del tuo servo Nicola Pere sacerdote, concedigli la resurrezione”. Lo stile dell’opera è di una certa qualità, evidenziata sia dall’impostazione delle figure, che il suo artefice sia stato educato nelle botteghe di Costantinopoli. Si giunge cosi in 5 minuti di strada da Stilo al convento delle Suore Basiliane, unico nel suo genere ed erede di una tradizione coeva a quella Bizantina, dunque di arte e cultura millenaria. L’eremo delle Querce è una piccola comunità monastica basiliana e cattolica, composta da 6 suore di  rito basiliano e di fede cattolica, vive, lavora e prega in una contrada rurale, abbarbicata tra le colline delle Serre Calabresi, secondo riti millenari e riproponendo lo stesso stile di vita ecumenica attraverso le medesime attività praticate in origine dall’antico ordine. Ed ecco che la manifattura sacra delle ICONE BIZANTINE riprende vita in laboratori organizzati di tutto il necessario ai quali si può partecipare da turisti o prendendo parte a dovuti RITIRI SPIRITUALI organizzati dall’ordine che vive in case di pietra dai caratteristici tetti di legno tutte costruite con materiali locali e con l’aiuto delle comunità locali, le quali hanno ricostruito anche una splendida piccola e preziosa chiesetta al centro di un vero e proprio piccolo villaggio monastico in miniatura. Dopo aver lasciato Caulonia alle nostre spalle le si giunge in poco tempo presso la antica colonia greca di Locri, sito meraviglioso e ricco di grande arte e cultura di origine magno greca che apre le porte nel nostro tour a uno dei più importanti borghi medievali d’Italia, proprio per la sua antica natura Bizantina: Gerace. Conosciuto come il paese delle 100 campane per la bellezza di 128 chiese presenti, possiede ancora il rito greco-ortodosso e il rito latino come nell’altomedioevo fra IX e XI secolo d.C. ed esso viene celebrato in diverse chiese dotate di doppio rito come a Rossano o Stilo oppure presenta chiese molto importanti ancora oggi decorativamente a fortissima impronta bizantina e connotazione cattolica. A partire dal nome JERAX: Sparviero, Gerace è ancora naturalmente puntata verso Bisanzio per natura e per natura votata a una profetica garanzia di unione futura fra lo scisma che ancora divide la Chiesa Cattolica da quella Greca. La grande Cattedrale Bizantina e Normanna potrebbe essere l’espressione più significativa nella sua maestosità di questa sincresi religiosa architettonica. La prima cattedrale bizantina viene riutilizzata come cripta e sovrastata da quella romanico-normanna. La struttura è divisa in due parti distinte di cui una corrispondente alla cripta, e l’altra alla Basilica vera e propria. La cosiddetta cripta “ad oratorium” (le Catacombe) si trova nella parte inferiore dell’edificio ed ha un andamento a T, dove si distinguono i tratti della antica chiesa bizantina ad andamento ovest-est che può essere datata tra il IX e il X. La parte orientale della cripta, ha una terminazione monoabsidata con prothesis e diakonikon infatti in spessore di muro e ha un andamento trinavato con colonne e capitelli di spolio, provenienti da edifici di età greco-romana situati nell’area dell’antica Locri Epizepiri e della stessa Gerace. Il braccio trasverso, che dà all’antica basilichetta, un aspetto a T, è diviso in tre navate da colonne e capitelli anch’essi di spolio e permette la comunicazione dell’antica struttura certamente bizantina, con una serie di grotte probabilmente abitate da monaci italogreci. Tra queste grotte, quella degna di nota, corrisponde alla cappella della Madonna dell’Itria, alla quale si accede tramite un meraviglioso cancello secentesco in ferro battuto realizzato da maestranze provenienti da Serra San Bruno, e che ospita lungo le pareti la serie dei “seggi dei canonici” con decorazioni illustranti epiteti dedicati alla Vergine, in marmo bianco su fondo nero. Sull’altare è la statua marmorea della Madonna di Prestarona, probabilmente legata alla scuola di Tino da Camaino e databile all’inizio del Trecento. La Basilica superiore è una gigantesca struttura tipicamente Normanna a tre navate divise da 20 colonne di spolio e da due grandi pilastri a T, con ingresso ad ovest e transetto absidato ad est. All’interno della Cattedrale, molto probabilmente sul pilastro tra l’altare maggiore e quello laterale a nord, si trovava la raffigurazione in mosaico di Cristo, affiancato da Ruggero II, a sinistra, e dal vescovo della città Leonzio (morto nel 1143 ca.), a destra. Tale opera fu distrutta agli inizi del XVIII secolo per volontà dell’allora vescovo Diez, ma risaliva alla prima metà del XII secolo. Il corpo longitudinale riprende forme care all’architettura di origine paleocristiana (la basilica a colonne), pur presentando inedite particolarità, come i pilastri giganteschi posti all’incirca in mezzeria che, lasciando intatta la percezione della grande aula centrale, dividono in due pseudo grandi campate le navatelle laterali, basse e molto buie. Il lungo corpo trinavato si conclude attraverso tre grandi arconi, di cui quello centrale altissimo, nel transetto sporgente e tripartito coperto da volte a botte (sui bracci laterali), e da una cupola a calotta su base ellittica (sul quadrato d’incrocio). Al di là del vano cupolato si apre, in stretta relazione alla navata maggiore, il lungo coro absidato (che riprende le dimensioni della parte orientale della sottostante cripta), mentre, direttamente sui quadrati laterali del transetto si aprono, a nord l’abside originale medievale, a sud, al di là della traccia monumentale dell’altra abside (distrutta già nel XIII secolo), il monumentale cappellone quattrocentesco dedicato al Santissimo Sacramento. Il vano in questione, coperto da una volta a crociera i cui costoloni a sezione complessa ricadono su colonne angolari elegantissime, conclude in maniera monumentale, entro il 1438, grazie alla munificenza di Giovanni e Battista Caracciolo, una serie di lavori già iniziati nella prima metà del Duecento da Federico II di Svevia. che avevano visto la costruzione del sottostante cappellone di San Giuseppe e probabilmente di ambienti ad esso connessi lungo il lato meridionale della grande struttura. La piccola chiesa di S. Giovannello è un capolavoro del misticismo e del simbolismo religioso dei monaci bizantini dell’altomedioevo in pietra e mattoni, a navata unica, fu edificata attorno al X secolo. Attualmente di rito greco ortodosso, consacrata il 5 novembre 1991 quale Santuario Ortodosso Panitalico della Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia e Malta dal Metropolita Ghenadios, è considerata la più antica Chiesa Ortodossa d’Italia. Nel corso della sua lunga storia ha conservato la sua semplice e originaria architettura che si presenta con tetto a campana, campanile a vela sulla cuspide del lato occidentale e ingresso principale sul suo lato sud. Sui suoi prospetti si aprono sette monofore arcate e laterali che consentono un’adeguata illuminazione. Al suo interno si trovano il Diaconicòn e Prothesis, accanto all’abside sporgente, tracce di affreschi e una cisterna per la raccolta delle acque piovane. La Chiesa di Santa Maria del Mastro è patrimonio dell’Unesco, l’edificio, storicamente uno dei più importanti della città nell’XI secolo, nonostante sorgesse fuori dalle mura della città, nell’attuale Borgo maggiore, mostra adesso una configurazione greco-ortodossa a croce greca, dovuta alla sua totale ricostruzione in seguito al terremoto del 1783. Una accurata campagna di scavi archeologici ha portato alla luce importanti fasi protomedievale che vedono, su una fase di frequentazione laica, la costruzione di una piccola chiesa ad aula, probabilmente bizantina, inglobata da un più grande edificio normanno, dal quale provengono importanti frammenti in stucco con decorazioni fitomorfe e zoomorfe certamente vicine a stilemi siculo-arabi. La facciata ottocentesca è dominata da un maestoso portale sorretto da colonne su plinti. Sulla destra si erge il campanile a sezione quadrata.

 

 

 

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